Recensione Di Daniele – Grey’s Anatomy 14×08 Out of Nowhere

Prima parte di stagione finita, 8 episodi andati, midseason finale consumato, hiatus che incombe insieme a cene di famiglia e parenti ubriachi che ti molestano come tanti piccoli Weinstein con domande del tipo: “quando ti laurei? Sei fidanzato?”, il tutto contornato da Mariah Carey che canta All I Want for Christmas Is You, e io ho solo una cosa da dire: “We have to go back, Kate!”

Dobbiamo tornare indietro, e sono qui ad ammetterlo disperato come un Jack Shephard qualunque.

Tornare indietro dove? Non lo so.

Di sicuro non al disastro della 13° stagione. Non totalmente, almeno.

Prima parte di stagione di Grey’s Anatomy conclusa e mi sembra di stringere fumo tra le mani.

È come quando ti fermi davanti allo specchio a parlare con i tuoi addominali.

Dove siete? Perchè non uscite fuori? Mostratevi a me. Ve lo ordino.

Cosa devo fare di più? Mi sono iscritto in palestra, certo quando piove non ci vado, e considerando il fatto che siamo a Novembre… piove forse un po’ troppo spesso, ho imparato a fare i calcoli solo per misurare e contare le calorie, dove sei six-pack? È perchè continuo a guardare le vetrine delle pizzerie come una Cecilia Rodriguez in astinenza?

 

Insomma, 8 episodi di Grey’s Anatomy e mi sento frustratissimo come non mai.

Considerando il fatto che, quest’anno, per emozionarmi davvero c’è voluto il fantasma di Izzie Stevens, e per piangere l’anima, quello di Ellis Grey, c’è decisamente qualcosa che non va, se l’episodio che resta nel cuore è ancora una volta, uno che guarda al passato.

Quest’anno è stato come un giro sull’ippogrifo di Harry Potter.

Dopo la 13° stagione ci è sembrato di volare, di uscire da un ambiente tossico e respirare a pieni polmoni aria fresca, sana, pulita, di guardare la storia da una prospettiva diversa.

Abbiamo visto tutto il panorama, il perimetro di Hogwarts, il Lago Nero, la Foresta Proibita, la Capanna di Hagrid che in Grey’s Anatomy corrisponde allo stanzino del medico di guardia.

Ma si è trattato solo di questo: un giro panoramico e basta, un’occhiata superficiale nella vita dei nostri protagonisti, una toccata e fuga dalle situazioni di ognuno, senza mai scavare a fondo, senza mai rompere quel muro, senza mai vedere, sentire e arrivare al cuore di un qualcosa.

Se devo pensare al cuore pulsante di questa prima parte di stagione, per me è tutto concentrato nel momento in cui Ellis Grey applaude Meredith durante la vittoria dell’Harper Avery Award.

È stato l’unico momento vero, toccante, profondo, significativo, che ha rotto finalmente quel muro che quest’anno si è creato tra spettatore e show.

È tutto così veloce, affrettato, sbrigativo, a tratti persino comico, che mi sembra di aver perso di vista la vera essenza di Grey’s Anatomy.

Non riesco più a inquadrarla ultimamente.

Mi sento come Jo in questo episodio che corre ovunque, per tutto l’ospedale, ma si tratta solo di questo: di una corsa, di una staffetta tra una storyline e l’altra, senza mettere nulla a fuoco, solo un vortice caotico di coralità e storie che si sovrappongono.

Con questa prima parte di stagione sono come Simona Izzo che dice a Marco Predolin: “Tu non sei mai entrato in scena.”

Perchè è così. Dopo 8 episodi, Grey’s Anatomy non l’ha ancora fatto veramente. È stato solo un’ombra del nostro show.

La 13° stagione aveva tanti difetti, era un intero diario degli errori, tra cui i più gravi: la quasi totale assenza di trama orizzontale, i numerosi filler e la mancanza di obiettivi prefissati, una nave che semplicemente vagava, errava, senza mete all’orizzonte e la terribile distribuzione di screentime tra i personaggi.

Però sapeva come parlare al nostro cuore, come farci piangere ed emozionare anche per un caso clinico settimanale.

Nel suo malsano modo di raccontare una storia, sapeva come lasciarci qualcosa. Sapeva procurarci ricordi indimenticabili.

Questa 14° stagione ci ha toccati senza graffiarci. Non ci lascia, al momento, nulla.
Nessun marchio, nessuna cicatrice, nemmeno un livido.

E io rinuncerei volentieri a questa coralità equamente distribuita, non per tornare ai livelli di screentime della s13, ma trovare una mediazione, un equilibrio, se questo significa avere l’opportunità di scavare a fondo, di avere più tempo in un episodio per dare introspezione ai personaggi, alle storyline, per dare quel tocco in più, quello spessore, quell’anima che manca.

Sono solo storyline fatte di parole in cui nessuno ci soffia davvero dentro quell’alito di vita che serve ad animarle.

Per definire questa prima parte di stagione in termini medici, direi che il battito della storia è regolare.

Sempre. Comunque.

Dove sono le aritmie? Dove sono le tachicardie? Perchè non andiamo in arresto cardiaco per poi tornare più forti di prima?

Mancano le emozioni vere, le passioni, l’intensità unica, devastante, marchio di fabbrica della serie, a cui siamo da sempre abituati.

Siamo scesi dalle montagne russe di Shondaland per salire sulla ruota panoramica.

L’anno scorso lo show ci lasciava con un cliffhanger emozionalmente terribile. Unico e pazzesco nel suo genere.

Abbiamo passato il Natale chiedendoci quale sarebbe stata la scelta di Alex e pregando Santa Klaus o la Befana, a seconda dei giorni, che Alex Karev non si muovesse da quella sala d’attesa, che ascoltasse le parole di Meredith, che facesse la scelta giusta.

Eravamo in ansia nel modo in cui si può esserlo per uno di famiglia.

Perchè in campo c’erano Meredith e Alex.

Ed era davvero la famiglia. Quella che ci siamo scelti, quella con cui siamo cresciuti.

C’erano sentimenti profondi, immensi, devastanti, catartici e distruttivi in ballo.

C’erano parole forti che ti scuotono dentro: “Alex, sarei pronta a morire per te, lo sai questo.”

C’era un legame di sangue, di vita, un affetto così smisurato e titanico da mascherarsi da meschino egoismo per salvare l’altro: “Eravamo in cinque e siamo rimasti in due e dobbiamo continuare a lottare. E non puoi lasciarmi sola. Non puoi abbandonarmi, Alex”.

Quando lo sappiamo che Meredith Grey rinuncerebbe a tutto e tutti se questo significa fare la felicità di chi ama. Ma in quel momento Alex andava contro la sua distruzione personale e Meredith ha indossato dei panni che non le appartengono nel suo tentativo estremo di salvarlo.

E che importa se tutto il resto non funzionava alla perfezione, se non vedevamo in scena alcuni personaggi da qualche episodio, se alcune storyline erano ferme da sembrare dimenticate, nel midseason finale dello scorso anno c’era anima, vita, c’era una storia piena di amore, tormento, sofferenza, c’erano emozioni, sentimenti e legami così forti da toccarci davvero, da lasciarci qualcosa a cui aggrapparci, c’era la famiglia in ballo, le nostre persone, la tribù a cui sentiamo di appartenere e che difenderemo sempre ad ogni costo.

This is forever.

C’erano Meredith e Alex in scena, 10 anni di storia, il loro passato, il motivo per cui siamo rimasti così a lungo, il loro futuro, di cui anche noi siamo parte, incerto e minacciato.

C’era sostanza.

A cosa dovremmo aggrapparci quest’anno? Cosa ci resta di concreto tra le mani?

Grey’s Anatomy 14×08:

Come li superiamo 2 mesi di pausa senza niente?

Ci siamo ridotti a scommettere su quale paziente si salverà nella 14×09.

Quello di Meredith? Dei Jaggie? O dei Jolex?

Beh, io punto su quello di Meredith, perchè ha appena vinto l’Harper Avery, non può subire una perdita proprio adesso. E poi non è più una donna, non è più l’essere umano che conoscevamo, hanno spento ed eclissato ciò che la rende Meredith Grey: il suo mondo emozionale, il suo essere l’eroina con il cuore in mano che abbiamo amato dal pilot, tutto questo per favorire un incrocio tra Ellis e Cristina col bisturi come unica arma e ambizione.

Non ci rimane che questo di Meredith: un chirurgo supereroe. E allora che lo sia, che salvi vite per lo meno.

Si, ho appena condannato a morte un bambino, rendiamoci conto.

A cosa abbiamo assistito in questo mid season finale?

All’incapacità di Maggie di afferrare tubi, cosa che di sicuro Jackson avrà notato con perverso piacere.

A un certo punto s’era fatta na certa, non era successo praticamente nulla per un winter finale e Illary s’è rotta le palle, ha freezato Jo e ha fatto entrare il Francesco Monte tanto atteso con il suo esplosivo: “BROOKE QUE PASA?”

Ma possiamo considerarlo davvero un plot twist? Non solo era così scontato il suo arrivo che sapevamo che, uscita Megan, avrebbe passato il biglietto “ingresso visitatori” a Paul, ma persino nella modalità in cui è avvenuto.

E allora che ci resta quest’anno, da questi 8 episodi conclusi, se non la speranza?

Se non sperare che la storyline di Paul non si riveli un’altra farsa con finale a tarallucci e vino come è stata quella di Megan?

Cosa ci resta se non sperare che finalmente vedremo il cuore di qualcosa, arriveremo all’anima di una storia, vedremo situazioni degne di un tv DRAMA e non scene leggere e ironiche da comedy.

Cosa sperare se non che ci saranno finalmente momenti intensi, drammatici, tragici persino, veritieri e reali. Tutto ciò in cui la promettente storyline di Megan ha fallito.

Se Jo uscirà vincente e con il suo lieto fine a portata di mano da questa situazione, allora voglio anche che perda qualcosa. Che ne esca distrutta e devastata.

Perchè una vittima di violenza non vince senza perdere parti di se stessa.

Non voglio la lenzioncina di politica e morale Shondiana, voglio una storyline basata sulla realtà.

Voglio che ci mostrino perchè per una vittima è difficile parlare, denunciare, perchè è più facile restare e farsi fare a pezzi, o trovare il coraggio di scappare senza affrontare il proprio aguzzino, quando si arriva al limite.

Vogliamo davvero vedere e capire come si cade, come si tocca il baratro e persino se sia mai possibile rialzarsi. Con tutti i traumi, i danni e le cicatrici che questo comporta.

Vogliamo capire quanto è reale e devastante questo incubo.

Se la storyline di Paul sarà un’altra Meganata, allora sarà un insulto a tutte le vittime vere di violenza domestica. A tutte quelle persone che ogni giorno sopportano in silenzio e vivono nel terrore.

Oltre che, ma di questo poco ci importa quando si toccano temi così delicati, una presa in giro per noi spettatori che da 5 anni vediamo questa ragazza nascondersi quando semplicemente bastava inviargli i documenti del divorzio per poi gridare: “cendodigiottooo chiamate un bò il cendodigiotto”, per risolvere tutto.

Ah, e DeLuca si sarà fatto rifare la faccia per nulla.

Ve la chiamiamo noi l’AUTOAMBULANZA cari autori, se riducete questa storia intensa a una favola shondiana.

Quanto a voi, grazie per aver seguito questa prima parte di stagione con me e per quanto riguarda questa attesa fino al 18 Gennaio:

Voto: 6

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