Star Wars: Gli Ultimi Jedi – La Recensione

C’è una sequenza ne “Gli Ultimi Jedi” in cui Luke Skywalker (Mark Hamill) tenta di spiegare a Rey che cosa sia la forza. In quella spiegazione, in quel frammento di dialogo, c’è tutto il significato di Star Wars.

Una saga, che dopo anni, continua ad appassionare. Una storia che ha come cuore pulsante i personaggi e come cornice un’ambientazione cara agli amanti del sci-fi. Ma appunto, prima di tutto, Star Wars è una storia di persone. Di ribellione e, sopra ogni cosa, di speranza.

Speranza che è di nuovo al centro delle tematiche della saga. Luke Skywalker rappresenta la speranza della ribellione, il punto di svolta, la scintilla che deve rinvigorire una fiamma ormai debole e stanca. E qui Luke è un eroe riluttante, un maestro che tenta di non commettere gli errori del passato, una persona ormai fragile e stanca di combattere. Se nella prima trilogia Luke aveva affrontato il percorso dell’eroe, qui ripercorre la stessa strada, ma con più consapevolezza.

Rey è di nuovo al centro della storia ed è legata a più filoni narrativi: il filo più solido la lega a Kylo Ren, un Adam Driver straordinario nella sua performance. Il conflitto, il dolore e la guerra interiore dentro il personaggio sono più chiari che mai. Kylo si muove su un territorio mobile, a metà tra bene e male, pronto a cedere da un momento all’altro in entrambe le direzioni. Chiamato dal lato oscuro ma anche da qualcos’altro: da un legame indescrivibile con Rey. Loro sono le due facce di una stessa medaglia, sono la luce e l’oscurità, ma anche le sfumature nel mezzo. Il loro struggente rapporto è forse una delle cose più riuscite della pellicola.

Se Il Risveglio della Forza era un “remake nello spirito” di Una Nuova Speranza, Gli Ultimi Jedi ricorda a tratti L’Impero Colpisce Ancora, ma l’omaggio di Rian Johnson è meno evidente di quello di J.J Abrams.

The Last Jedi è ricco di colpi di scena, è lo Star Wars più pregno di twist dai tempi di “Luke, Io Sono Tuo Padre.” E questo rafforza la natura seriale ed episodica della saga. Lo sviluppo narrativo duraturo nel tempo, un punto di forza che ti fa affezionare ai personaggi e le loro vicende. E in fondo si sa, il secondo capitolo di una trilogia è sempre il più difficile.

Forse la pellicola è troppo lunga (2 ore e 33 minuti), ma questo si dimostra un’arma a doppio taglio: da una parte ad un certo punto pensi di trovarti al terzo atto, e quindi alla fine (invece sei ancora al secondo e lontano dall’epilogo), dall’altra il minutaggio ci dà il tempo di conoscere meglio personaggi secondari come Poe Dameron e di presentarci nuovi volti come Amilyn Holdo, interpretata da una meravigliosa Laura Dern e il DJ di Benicio Del Toro, che in un interessante scambio con Finn riflette sull’ambiguità di bene e male in tempi di guerra.

Ed è una guerra che va avanti e che mette di nuovo a capo della ribellione Leia, nell’ultima interpretazione della divina Carrie Fisher. Gli Ultimi Jedi gioca sul piano nostalgia in alcune scene, cosa che fa sempre piacere ad un grande amante della saga. Alcune storyline secondarie sembrano sacrificabili ma in realtà non lo sono (sì, avevamo bisogno anche delle scene tra Finn e Rose). Il film tenta anche di spezzare più volte la tensione, anche dopo momenti di forte drammaticità. Alcuni l’hanno definita una conseguenza Marvel-Disneyiana (riferito al fatto che ormai Star Wars è della Disney, così come i film Marvel ricchi di battute spezza-tensione), forse è semplicemente un’evoluzione naturale.

Il film è potente. È potente a livello visivo, narrativo e di evoluzione dei personaggi. Ha qualche difetto di esecuzione su cui si può certamente chiudere un occhio. Essendo il secondo capitolo di una trilogia ha il difficile compito di unire l’inizio e la fine, ed il ponte verso episodio IX è estremamente solido.

Voto: 8,5

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