Recensione Di Daniele – Grey’s Anatomy 14×10 Personal Jesus

A quanti episodi di Grey’s Anatomy siamo arrivati a questo punto della stagione?

9? 10? 11?

Non lo so.

In Grey’s Anatomy non contiamo gli episodi seguendo il normale sistema di numerazione ma basandoci sulla soglia del dolore.

Ecco, questo episodio è stato particolarmente doloroso, e nonostante quest’anno la nostra soglia del dolore sia incredibilmente bassa (si ride troppo, si piange quasi mai), questo episodio non ha nulla da invidiare al vecchio Grey’s: quello dark, quello un po’ scorretto e fuori dagli schemi, quello emotivamente terribile e destabilizzante.

Andiamo per gradi.

Su Paul e su ciò che ha rappresentato in questa serie, è inutile proseguire. Ne ho ampiamente parlato settimana scorsa, delineando tutto il mio pensiero su quanto visto e le mie poche speranze su come avrei voluto che questa storia si concludesse.

A conti fatti, possiamo ribadirlo: questa storyline della violenza domestica è stata un fallimento.

Una vera e propria Meganata (termine coniato dopo la 14×05 come sinonimo di cacata) con tanto di irrealistico happy ending.

Non so, forse sono così arrabbiato perchè questa è stata un ulteriore presa in giro. L’ennesima. Perchè forse, c’è stata più ipocrisia in questa stagione che negli ultimi 13 anni di show.

Forse, se non avessero sponsorizzato oltre ogni limite questa storyline come d’aiuto per le vittime di violenza domestica, rivolta a loro, in grado di capire loro, non sarei così incazzato.

Perchè questa storyline è stata solo fumo. Non ha offerto niente, non ha dato loro nulla a cui aggrapparsi, è al pari di un cartone animato della Disney quando hai 30 anni: bello, ma non sai che fartene.

Se perdi la scarpa per strada, la recupera un feticista e dio solo sa cosa ci farà una volta a casa.

Se la fruttivendola un po’ strega ti regala una mela, ti fa pagare 2 centesimi per il sacchetto biodegradabile.

Ed è per questo che considero questa storyline un fallimento e un vero insulto per chi davvero è bloccato o ha vissuto una situazione di violenza domestica.

Perchè quante probabilità su 100 ci sono, nella realtà, che un marito o un fidanzato violento esca di casa e venga investito e nonostante questo, si uccida praticamente con le sue stesse mani?

Due vendette di karma femminista in una sola stagione: prima con Harper Avery e ora con Paul Stadler.

Pretty Little Liars risorge dal cimitero delle serie tv finite e ci giudica.

Marlene King è furiosa per non aver pensato lei stessa ad una combo così trash e mortale.

Il maiale nel bagagliaio è arte in confronto.

È tutto così fiabesco da essere un sogno che volta le spalle alla realtà. Realtà dove una donna abusata può solo sperare che un incantesimo greysaniano simile venga a liberarla dal suo incubo, come è successo a Jo e Jenny.

Questa storyline è stata terribile, ma nell’accezione più negativa del termine, perchè si è rivelata essere incredibilmente piatta, sciatta e senza spessore.

Ha combattuto più Barbara D’Urso la violenza domestica in 10 anni di talk che Grey’s Anatomy con questi due miseri episodi.

Perchè manca la parte più importante, quella che ti aspetti da uno show come questo: l’introspezione psicologica della vittima.

Qui ci hanno presentato solo una storia stereotipata.

All’inizio tutto bene, poi ha iniziato a picchiarmi.

Ma… com’è possibile tutto questo? Come ci si arriva? Qual è la dinamica che si innesca e che cambia tutto? Cosa si pensa in quel momento per accettare una situazione simile? Perchè si resta?Perchè lo si accetta? Come ci si ribella? Cos’è che fa scattare e dire basta? Quando è troppo?

E cosa ancor più incredibile, com’è possibile che una donna emancipata come Jenny, sia caduta vittima di un Paul Stadler?

È grave non aver approfondito tutto questo. Era il punto dell’intera questione. Quello che avrebbe davvero aiutato le donne a casa a riconoscersi in questi meccanismi.

Ragazzi, Grey’s Anatomy è quello show che ci ha fatto piangere e provare empatia per un killer condannato alla pena di morte.

E ora volta le spalle a una vittima di violenza?

E perchè? Per cosa poi?

Perchè il punto dell’intera questione è sempre e solo stato quello di mostrare come la solidarietà femminile può cambiare il mondo? Sovvertire un intero sistema malato di maschilismo? Mostrare che se le donne si prendono per mano, pronunciando la parola magica #MeToo o #TimesUp, mettono KO demoni bianchi come Harper e Paul, come le sorelle Halliwell in Charmed?

Ok, ma allora non promuovere l’intera storyline come d’aiuto per le vittime di violenza domestica. Non usare questo espediente per l’ascolto.

Perchè hai mancato totalmente il punto. Siamo fuori tema.

Ma non mi arrendo.

Perchè se c’è una cosa che ho imparato ormai, dopo 14 stagioni, è che in Grey’s Anatomy c’è sempre un disegno divino dietro il caso apparente.

Perciò ho deciso di guardare l’altro lato della medaglia.

La morte di Paul non ha nulla a che fare con il trash Pretty Littleriano, né col femminismo Shondiano, ma è un omaggio alla legge del contrappasso di Game of Thrones.

In questo show, dove il più delle volte è il male della natura umana a vincere, la sentenza sulla condotta della tua vita, la paghi già in punto di morte.

Perciò, se sei stato “buono” e onesto, ti aspetta una morte dignitosa. D’onore.

Se sei stato “cattivo”, se hai fatto delle cose imperdonabili, non importa la grandezza raggiunta, morirai trafitto da una freccia mentre stai letteralmente cagando.

È quello che accaduto a Paul Stadler.

Con quella morte trash e ridicola, si è voluto esorcizzare il male della sua persona, con una risata di chi resta. Non concedendogli una fine dignitosa.

E altro aspetto da tenere in conto.

Forse Jo e Jenny sarebbero riuscite a far accusare uno come Paul Stadler. Forse un paio di anni di carcere li avrebbe persino scontati. Loro sarebbero state “al sicuro” con un’ordinanza restrittiva.

Ma poi Paul sarebbe uscito. E gli uomini come lui non cambiano. Ci sarebbero state altre Jenny e Jo nel mondo a cui avrebbe potuto rovinare l’esistenza. E questa volta, forse, irrimediabilmente.

Ecco, se scelgo di vedere l’intera faccenda da questo punto di vista, un po’ di rabbia va via.

Così come se scelgo di tener conto delle poche ma significative scene che Jo e Jenny hanno condiviso in questo episodio. Quelle scene sono state forti perchè vere. Le vittime che si uniscono e combattono. È un momento d’impatto, profondamente catartico. Un gesto che ti tocca, che ti infonde coraggio, che ti fa dire: “sì, devo lottare per questo. Posso farcela. Perchè voglio farcela.”

Un momento che ti regala quel senso di sollievo nel poter credere che c’è sempre una luce in fondo al tunnel (anche se ci siamo arrivati in maniera totalmente assurda).

Non quell’irreale quadretto di settimana scorsa con Meredith Grey improvvisamente best friend forever di Jo Wilson, dopo che ha passato gli ultimi 3 anni a (mal) tollerarla. Perchè Mer non lo sapeva anche prima che Jo era vittima di violenza domestica?

Fail.

Scelgo di vederla così, ma resta il fatto che questa storyline di violenza domestica fa acqua da tutte le parti.

Sfigura, come la signora Rossana col pellicciotto scagnato davanti a 150 invitati, se paragonata alle altre due storyline affrontate in questo episodio.

Questo episodio affronta due temi umanamente ed emotivamente devastanti e lo fa benissimo, per la prima volta, in questa stagione.

Ci parla, guardando alla cronaca attuale, del pregiudizio razziale ed è così assurdo anche solo pensare che esista una cosa simile nel 2018.

Non vi fa rabbia pensare che in questi giorni ricordiamo ipocritamente l’Olocausto quando in questo momento, nella società che tanto vantiamo essere civile, un bambino di colore è costretto a sentirsi dire che alla sua età non può comportarsi come i suoi amici bianchi per salvarsi la vita?

A cosa sono serviti momenti storici tragici e bui come la Shoah, se siamo ancora a questo punto?

Sono riflessioni che ci vengono naturali, che ci inquietano, che ci costringono a fermarci e a chiederci qual è il senso di tutto questo.

E ho trovato immenso e meraviglioso il modo in cui tutto si ricolleghi alla crisi di fede di April Kepner.

Perchè è naturale, è la vita vera.

Amo il modo in cui questo episodio è stato tematicamente strutturato.

Una giornata terribile vissuta dal punto di vista di April.

Ma è una giornata che racchiude al suo interno altri storie, altre vite.

È un quadro perfetto quanto devastante, vedere che, mentre Jo ha trovato pace, nello stesso momento, qualcuno, anche per qualcosa che coinvolge la storia stessa di Jo, abbia perso quella luce e sia sprofondato nel buio della crisi.

È questo è un episodio tematicamente forte ma bello, che fa bene, che davvero denuncia un cancro della nostra società e allo stesso tempo perde quella forza e quella grinta a fine serata, quando siamo soli con noi stessi e ci chiediamo perchè.

Funziona perchè è reale, vero, ci dà finalmente quel senso di realismo perduto in questa stagione così politically correct.

E quando Grey’s Anatomy ci mostra il mondo così com’è e non come dovrebbe essere, allora torna ad essere il nostro show.

Quello che amiamo, quello che vale la pena seguire per più di un decennio. Allora non sbaglia mai.

Quando vuole, questo show, sa come parlarci, come distruggerci, anche con una sola e semplice scena. Come quella tra Ben, Miranda e Tuck che di certo non dimenticheremo mai. È bastata una sola scena, ma fatta bene, per affrontare un tema così profondo e terribile.

Com’è bastato vedere l’espressione da brividi di April Kepner in quella doccia, per ritrovarci anche noi senza certezze.

Pochi secondi, forti e d’impatto.

Un turning point pazzesco per il personaggio di April che paradossalmente viene messa in luce da un episodio del genere.

Perchè tocca un punto fondamentale del suo personaggio, della sua caratterizzazione.

È incredibile vedere April Kepner compiere un gesto tanto banale e liberatorio per chiunque, come l’andare a letto con uno rimorchiato al bar, perchè è di April Kepner che stiamo parlando.

Non ci saranno rimorsi, non ci saranno sensi di colpa, perchè non c’è più quella bussola morale che ha sempre guidato la sua vita.

Ha perso il suo credo.

Come una Izzie Stevens in un bagno.

È emotivamente alla deriva e sarà tremendamente affascinante vedere dove ci porterà questo viaggio. Come sarà questa nuova Kepner e se davvero la vecchia Kepner è morta o sopravvive ancora da qualche parte dentro di lei.

E vi prego, vi prego, non sprecate il potenziale di questa storyline buttandola in caciara. Non trasformatela voi fan in una meganata.

Questo è un percorso di crescita individuale per April che viene prima di tutto.

Non ha nulla a che vedere con i Japril, i Jaggie o qualsiasi altra coppia.

Non guardate a questa storyline seguendo questo triste schema.

Persino le interazioni di April e Jackson in questo episodio sono state bellissime per una volta dopo tempo, perchè significative, perchè fuori da ogni ottica e dinamica di ship.

April scopre che la persona che ha sposato, non le ha mai detto di essere stata vittima del pregiudizio razziale. E April è totalmente cieca e inesperta su questo. E deve farsele delle domande, deva capirle delle cose sopratutto per il bene di sua figlia.

A questo aggiungiamoci anche il ritorno di un ex, momento di per sé catartico, profondamente convinto che entrambi, non sposandosi, abbiano trovato la felicità.

Felicità che viene spazzata via in un attimo, proprio a due come loro, persone di fede, da sempre moralmente corrette e impeccabili.

E allora viene naturale chiedersi, a che serve?

E il modo in cui April viene messa in primo piano per qualcosa che l’ha sempre contraddistinta come personaggio dalla sua prima apparizione, è un regalo che tutti i personaggi di questa serie meriterebbero.

Non è un centrico, perchè nell’era di Krista Vernoff si è sostituita la parola “centrico” con “tematico”, ma April Kepner splende come non mai.

Siamo di fronte ad un cigno nero e non vediamo l’ora di ascoltare il suo canto.

Voto: 7,5

Paradossalmente, il mio episodio preferito di questa stagione, finora.

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